San Michele di Ganzaria
Aggrappato ad un fianco della Montagna della
Ganzaria, del cui nome ne ha fatto l'appendice del proprio, San
Michele di Ganzaria, appunto, guarda da una posizione privilegiata lo
spettacolare dispiegarsi delle propaggini meridionali degli Erei,
le ondulazioni, i saliscendi nervosi di un terreno modellato da una natura qui
felicemente capricciosa, come lo sono del resto spesso i grandi artisti nei loro
momenti creativi migliori. Ed ecco che il capriccio si mostra per quello
che in effetti è: un virtuosismo che a San Michele di Gazaria ha regalato
panorami disegnati con tratti forti, magari aspri, ma certo dalle irresistibili
suggestioni. Suggestioni che rapiscono, quelle dei luoghi, le cui denominazioni
a loro volta ne suscitano delle altre evocando un passato segnato dai Saraceni,
ed a partire proprio da Ganzaria, dall'arabo hianzaryak, ossia cinghialeria
(dagli animali che evidentemente popolavano queste zone); ed ancora, ecco le
contrade Giarrizza, da giara, il recipiente in coccio, e Favara,
da fawarah, sorgente, e Cuba, da qubba (cupola). E proprio
la toponomastica lascia ritenere che siano stati appunto gli Arabi a fondare,
intorno all'anno 1000, l'attuale paese. Certo è che poi v'abitarono gli
Angioini, ai quali si deve la costruzione nel XIII secolo dell'odierna Chiesa
Madre, precedentemente nota col nome di "Tempio
dei Francesi".
Successivamente, al terra di Ganzaria, costituita in baronia, passò di mano in
mano a diverse famiglie, pervenendo infine ai potenti Gravina, un cui esponente,
don Antonio detto "Il bellicoso", dopo che l'originario casale,
alla fine del '400, era andato distrutto, lo fece ricostruire permettendovi
l'insediamento di un gruppo d'esuli greco-albanesi. Era il 25 settembre del
1534, e gli esuli, trenta famiglie, s'impegnavano a costruire entro un anno case
in muratura, mentre don Antonio concedeva cento bovini e cento salme di frumento
da pagarsi in tre anni. Il casale, detto da allora "dei
Greci", si consolidò così in paese, rimanendo dei Gravina fino
al 1812, anno dell'abolizione delle feudalità. E' dai ruderi del cinquecentesco
Castello ducale dei Gravina
che si avvia la nostra passeggiata nel centro storico di San Michele di Ganzaria.
Doverosamente, visto che proprio alla famiglia dei Gravina si legarono per
secoli le sorti del paese. Quel che resta del Castello s'affaccia
sull'odierna Piazza Umberto I: slargo ideale per parcheggiare l'automobile, dopo
che dalla Statale 124, trasformatasi in via Vittorio Veneto all'ingresso del
centro abitato, ci si è immessi prima sulla via Luciano Manara e quindi,
superata piazza Vittorio Emanuele, dove si trova l'ex Palazzo Comunale di
cui diremo tra breve, sulla via Umberto I. Del Castello, originariamente con
merli in muratura e con balconi e finestre, oggi rimane parte dei muri
perimetrali, conservatisi soprattutto sul lato nord, dove s'osservano i resti di
un balcone del piano superiore, e sul lato est, che mostra ancora un merlo ed un
tratto del camminamento di ronda. Dalla piazza Umberto I, attraverso l'omonima
via rapidamente si raggiunge la piazza Vittorio Emanuele. Qui troviamo l'ex
Palazzo Comunale,
edificato nei primi anni Novecento richiamando architetture medievali, come
attestano bifora, trifora e stemmi araldici, che ne arricchiscono il prospetto.
Il prolungamento di via Umberto I, oltrepassata la piazza, diventa via Roma, la
strada principale del paese. E sulla via Roma innanzitutto ci si imbatte nella Chiesa
del Rosario, già detta di Sant'Antonio. Realizzata nella
seconda metà del cinquecento ma poi rifatta nel settecento, ha il portale
d'ingresso, ad arco, che dà sulla via Principe di Piemonte, e presenta un
prospetto semplice ed un campanile aggiunto nell'ottocento. Nell'interno, dalla
navata unica, oltre al prezioso altare maggiore in marmo, custodisce pregevoli
statue e tele ad olio, nonché stucchi ed affreschi settecenteschi. Scendendo
per via Roma, poco più avanti, in piazza Garibaldi, ecco la bella fontana
costruita nel 1880 su disegno dell'ingegnere calatino Giambattista Nicastro.
Su una grande vasca, dal cerchio diviso in quattro sezioni da altrettante
sculture raffiguranti un serpente dal volto di drago, al centro si alza una
colonnina, con scolpiti quattro cigni che poggiano ciascuno su una tartaruga,
che regge un catino, il quale a sua volta, con una colonnina in forma di delfini
intrecciati, ne sostiene un altro più piccolo. Dalla piazza Garibaldi, la via
dei Greci conduce alla Chiesa Madre,
l'antico "Tempio dei Francesi" o "fanum gallorum".
Realizzata appunto dagli Angioini nel XIII secolo, la chiesa, originariamente di
piccole dimensioni, successivamente venne ampliata e
ristrutturata in più occasioni, e particolarmente abbellita ed arricchita nella
prima metà dell'ottocento anche grazie alle 100 monete d'oro che i reali di
Napoli, Ferdinando II di Borbone e Maria Teresa d'Asburgo-Lorena, lasciarono in
dono, a conclusione di una loro visita al tempio, affinché venisse rifatto il
pavimento. Dedicato al patrono San Michele Arcangelo, l'edificio oggi si offre
con un prospetto di stile gotico-cistercense, unico esempio in Sicilia. Nella
sua parte superiore esso è ornato da archi intrecciati, mentre sui due lati
svettano altrettante torri. L'interno, a croce latina con tre navate e l'abside,
è decorato riccamente con affreschi e stucchi e conserva reliquie sacre, oltre
che un gran numero di tesori d'arte: tra questi ultimi, un Crocifisso in
legno a grandezza naturale donato al paese nel 1336 dal beato Guglielmo ed un
bellissimo fonte battesimale del seicento costruito in pietra pece. Il
fonte, dalla base ottagonale e con quattro putti che ne reggono la vasca, al cui
interno una conchiglia simboleggia l'eternità, in pessime condizioni dopo
un lungo abbandono, è stato di recente riportato all'antico splendore grazie ad
un accurato lavoro di restauro concretatosi per l'interessamento della locale
Pro Loco. A ritroso, adesso, da via dei Greci si torna in piazza Garibaldi per
poi raggiungere, sulla via Roma, l'edificio
scolastico, costruito negli anni Trenta su progetto dell'ingegnere
calatino Saverio Fragapane, tra i più apprezzati dell'epoca. il Palazzo,
imponente, è un tipico esempio dell'architettura di quegli anni e colpisce per
la sua ordinata bellezza.
(Trattodal depliant turistico dall'Azienda Proviciale turismo di Catania)